martedì 5 marzo 2013

Scilla: tanto sole e tanto mare.


Quando in giro si respira un’aria cupa e a tratti nevrastenica, poche sono le cose che riescono a risollevare un morale sull’orlo di un precipizio: la Montagna e il Mare. Ok, questa non sarà sicuramente la scoperta dell’America, ma se ci riflettete converrete con me che è meglio rifugiare i propri pensieri in mezzo alla natura piuttosto che azzardare soluzioni alternative potenzialmente nocive. Esempio: quando litighi con qualcuno, credo sia più salutare scappare in montagna, respirare, riflettere su reciproci errori e trovare possibili soluzioni anziché sconfinare le proprie angosce in barattoli di nutella oppure in shopping sfrenato al centro commerciale. Certo, questo tipo di soluzioni sono molto appetibili, ma sono nulle poiché apportano un miglioramento momentaneo che sfuma nell'attimo in cui il problema principale riemerge col suo ghigno beffardo in stile It il pagliaccio accompagnato da altri due problemi: quello del mal di pancia fulminante nel caso della nutella e quello del conto in banca a rosso nel caso dello shopping sfrenato. Quindi inutile affannarsi con inefficaci placebo, meglio una bella passeggiata in riva al mare. Se poi aggiungiamo un paesaggio da cartolina, un bello spaghetto alle vongole e una bella fritturina di calamari, allora i problemi alzano i tacchi e vanno a rompere le scatole a quelli ancora impegnati ad affogare i grissini nel barattolozzo di nutella.

Ieri mi trovavo in Calabria, nella città in cui lavora il mio Cary Grant, che ultimamente è un po’ sottotono a causa di quest’aria torva di cui parlavo qui sopra. Quindi ho deciso, assieme ai miei due complici temperatura-ottimale e sole-primaverile, di spazzare via la tensione partendo per una gita fuori porta. E direi che ho avuto una grande idea, perché abbiamo avuto la fortuna di visitare un posto molto affascinante dove la naturalezza si fonde con il mito e il profumo del mare con quello del pesce spada arrostito: Scilla, in provincia di Reggio Calabria.




Molti di voi conosceranno il mito di Scilla, giusto? (sarò sincera, io non lo ricordavo bene per questo ho chiesto l’aiuto di Sua Maestà Wikipedia prima di scrivervi fandonie!) Ci sono diverse scuole di pensiero in merito, ma quella più attendibile è un surrogato di amore e gelosia che ha come protagonisti Glauco il figlio di Poseidone, che si innamora della ninfa Scilla. Purtroppo la donzella poco ricambiava questo corteggiamento poiché il giovane era un mezzo mostriciattolo, infatti scappava alla sola vista di quel poveraccio. Glauco voleva davvero conquistarla, ma chiese aiuto alla persona sbagliata, la perfida Maga Circe (questa signora qui sbuca ogni volta che si parla di un mito greco, c’avete fatto caso?), che a sua volta era innamorata di Glauco e che per gelosia trasformò Scilla in una creatura con teste di cane al posto delle gambe. Disperata, la povera Scilla andò a vivere per sempre su uno scoglio nei pressi dello stretto, che da lei prese il nome. Cariddi invece era una donna molto pericolosa, trasformata in un altro mostro dal cattivissimo Zeus. Lei si rifugiò dall’altra parte della costa (quindi in Sicilia) e assieme a Scilla era il tormento di tutti i pescatori che solcavano lo stretto di Messina.

Appena arrivati a Scilla, si pensa a tutto fuorché a un posto terribile popolato da creature marini terrificanti. E’ un villaggio di pescatori il cui orologio sembra essersi fermato nel tempo, una cittadina arroccata dove il mare la fa da padrone con la sua presenza e potenza, un insieme di viuzze che sembrano cunicoli e sbucano tutte sul mare, segno del rispetto e della riverenza che questo paese ha per esso. Ma è anche un insieme di etnie, quella calabrese e quella siciliana, quindi di dialetti, di tradizioni e cultura. Un eterea tranquillità cullata dalle onde del mare. E che mare… Il Mar Tirreno ha un profumo tutto suo: forte, salato, incisivo, presente, difficile da dimenticare. E difficili da dimenticare sono i colori delle sue acque che assumono colori diversi a seconda delle sfumature della costa. Uno spettacolo che trasformerebbe tutte le giornate “no” in giornate positive. 


Monumento ai pescatori
Ci soffermiamo per più tempo lungo il belvedere di Piazza San Rocco, poiché lo spettacolo era notevole e le acque talmente cristalline che quasi potevamo ammirarne i pesci. In cima al promontorio che suddivide la spiaggia di Marina Grande da Chianalea si erge il Castello Ruffo, una fortezza che doveva tenere a bada le incursioni dei pirati sin dall’epoca dell’antica Magna Grecia. Da lì ci siamo spostati verso la zona marittima attraverso scalette, strettoie e viuzze che formano un reticolato urbano molto strutturato e pittoresco.





Quando si arriva a Chianalea si ha quasi l’impressione di aver sbagliato a seguire il GPS e di essere arrivati a Venezia: le case sono costruite sulla roccia, le imbarcazioni sono sorrette da funi incastonate nella roccia stessa e vi è una moltitudine di canali che separa una casa dall’altra. Ma a differenza di Venezia, si respira un’aria più frizzante, meno malinconica e i colori sono molto più vivaci.








Lungo la strada di Chianalea vi sono una moltitudine di negozietti, bar, B&B e ristoranti che emanano odorini deliziosi.
Ci incamminiamo verso il porto e lì restiamo per una buona oretta, distesi sulle mura che lo circondano in compagnia di pescatori silenziosi, del calore del sole, del profumo delle onde e del canto dei gabbiani. Altro che centro benessere con SPA, questo è puro, sano e gratuito relax! 






Ci avventuriamo anche a scorgere un simpatico pescatore, molto avventuroso e agile tra le rocce, dopodiché, vuoi la passeggiata, vuoi il profumino di mare, siamo colti da un’improvvisa fame che ci spinge verso un ristorantino che definire delizioso è riduttivo. Il Bleu de Toi sorge in una di queste casette di pescatori ristrutturata ed adibita a ristorante, quindi al suo interno vi sono ancora ganci da traino per le barche, ancore, forconi, fiocine, anfore e in generale tutti gli elementi che un tempo servivano per pescare. Inoltre vi sono moltissime foto di battute di pesca e tantissimi gusci di conchiglie. Insomma, un vero e proprio museo del mare! Ordiniamo un antipastino della casa, davvero delizioso e particolare, uno spaghetto alle vongole (ottimo!) e per finire Cary Grant ordina anche una fritturina di calamari che si sposava perfettamente col vino bianco degustato. Il personale è davvero cordiale quindi colgo l’occasione per fare il mio solito carico di domande in puro stile “curiosona”, loro non sembrano disdegnare la cosa e mi raccontano molti aneddoti della zona. Anche un altro ragazzo si ferma a chiacchierare con noi sulla geologia del paese e sulle bellezze storiche. Ecco, la conferma che gli abitanti di Scilla, come del resto tutti gli abitanti della Calabria, sono persone gentilissime e cordiali e fanno di questo posto una terra umile, disponibile e ricca di contenuto che merita un posto ai piani alti del turismo italiano.






Se vi trovate da queste parti, fate un salto a Scilla e potrete dire con convinzione di aver visitato uno dei più bei borghi d’Italia, di aver mangiato il miglior pesce spada di sempre e di aver fatto anche un discreto carico di cultura. Questa è la nostra cara Italia… riesce sempre a regalarci molte emozioni in poco tempo e senza farci percorrere lunghe distanze. Almeno di questo dobbiamo esserti eternamente grati.  
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